Matera e l’arte della cartapesta


Se ci si dovesse fermare per un attimo e chiudere gli occhi innegabilmente ognuno di noi inizierebbe a viaggiare attraverso i propri ricordi, esperienze vissute, profumi, luoghi, suoni e colori. Poi invece ci sono situazioni in cui è proprio guardando che si inizia a sognare, a viaggiare nei ricordi. Ci sono strade, feste, mestieri che stimolano la memoria, ingannano il tempo riuscendo quasi a vestirsi di eternità. Ci sono città in cui il tempo sembra non essere passato, in cui il presente non è che un ospite di passaggio ed il passato, invece, il vero regnante.

Matera è senz’altro una di queste, aggrappata com’è alla tradizione riesce da sempre a combattere l’imperversare del presente. Non c’è sfida, non c’è sorpresa che non sappia attutire, sembra quasi che la roccia su cui è edificata stia lì proprio a difenderla nella lotta contro il tempo. I suoi abitanti d’altro canto non sono meno valorosi della città, legati anch’essi al filo secolare della tradizione.

Una caldissima giornata iniziata con un buon caffè sorseggiato in compagnia di un mio carissimo amico, una passeggiata in piazza Vittorio Veneto e una sigaretta salendo per la villa comunale. Matera quest’anno è diversa, ma non meno lucente, di sicuro il non poter festeggiare la santa patrona ha spento un po’ la ridente cittadina. La tradizione alcune volte deve cedere il passo all’incombenza del presente, che ingombrante com’è pare proprio voglia esserne il protagonista. Ma la tradizione si sa non è un fuoco che può essere spento facilmente e ci si consola sapendo che a voler una cosa del genere non può che essere stato il cielo, almeno nella visione di Michelangelo.

Infatti ritornando alla mia mattinata materana, subito dopo essere arrivati alla villa ci siamo incamminati in un vicoletto, di lì, siamo entrati in uno studio. Ad accoglierci un simpatico signore, una sedia, una tavolozza ancora fresca, qualche calco in gesso e tanta carta. Volendo giocare con i numeri potrei dirvi: classe ‘34, cinquanta edizioni della festa della bruna, un carro bruciato, uno invece lasciato come pasto ai roditori, un carro realizzato per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, e nemmeno uno “strazzo” alle spalle.

Carro della Bruna di Matera

L’avrete certamente capito, il personaggio di cui si sta parlando è il Michelangelo materano secondo, penso, solo al Michelangelo fiorentino. Terzo nella generazione dei Pentasuglia è l’unico a detenere il rècord di otto carri realizzati in un solo anno. Quello di Michelangelo è un mestiere particolare, nato da una sberla e legato alla tradizione della cartapesta. È così che è iniziata la nostra chiacchierata, fra ricordi di famiglia e progetti appesi al muro. La curiosità premeva e l’idea di poter finalmente conoscere il segreto che si cela dietro la costruzione del carro mi ha portato diretto alla domanda sulla tecnica della cartapesta.

Angelo del Carro della Bruna di Matera

Nulla da fare però, si tratta di sola innata bravura, perché dietro ogni singolo angioletto non c’è una tecnica da poter imparare in poche mosse, bensì abilità artistica. Plasmare il positivo in argilla, eseguire il calco in gesso, riempire a strati il calco alternando carta di diverso colore, lasciar asciugare, rimuovere il positivo in cartapesta e procedere con le varie stesure di colore. Tecnica povera che si avvale dell’uso di pochi e semplici materiali a cui però si aggiunge l’abilità del maestro nel saper concertare il tutto. Ma al di là di ogni singolo pezzo penso che la sfida più grossa stia proprio nella costruzione del carro. Tanti gli ingredienti di cui deve disporre il maestro, abilità nella carpenteria, bravura nel modellato, raffinatezza nei dipinti ed una estrema versatilità nel saper mettere tutto insieme non tralasciando nemmeno il più minuto dei dettagli, perché alla fin dei conti anche in una grande orchestra il tintinnio del triangolo fa brodo!

Angelo del Carro della Bruna di Matera

Un lavoro che ha bisogno di diversi mesi, oltre che di tanta pazienza! E poi? Poi, la fede, mi ha risposto Michelangelo, è lei che ti fa portare a termine il lavoro. Dal momento in cui viene indetto il concorso fino alla costruzione vera e propria, l’unica compagna di viaggio è la fede, la devozione verso la propria patrona. Un lavoro di pura esegesi biblica temperata dall’animo dell’artista che, nel caso di Michelangelo, sceglie sempre di rappresentare quello che più l’ha colpito. Insomma una tradizione che affonda le radici nel remoto passato e che riesce tutt’oggi a conservare quella semplicità della civiltà contadina da cui è nata, legata al filo della fede, raschiata dal duro lavoro ma accarezzata da quella irrefrenabile voglia di omaggiare colei sotto la cui egida si ripara la bella Matera, Maria Santissima della Bruna. Eppure tutto è partito dalla semplice carta, da quell’ antichissima tecnica che tutt’oggi permette di realizzare opere d’arte di assoluta bellezza. Fragile come i fogli che la compongono, l’opera materana è ogni anno destinata alla distruzione.

Unica nel suo genere, difficile da imitare, la cartapesta materana ha come unico segreto la tradizione a cui è legata.

Un sorriso, una battuta fugace e la promessa di rivederci presto; così è terminato il nostro incontro, anche se in realtà una domanda dentro me la sono portata; chissà com’è strano lavorare per il carro sapendo che in pochi minuti sarà distrutto? Sarà mai una forma di happening all’antica?

Fabrizio Perrone

Fabrizio Perrone, classe ’95, cresciuto sotto l’ombra del castello di Miglionico. Studente dell’Università di Urbino e successivamente dell’Università di Siena, aspetto impaziente di conseguire la Laurea Magistrale in Storia dell’Arte. Interessato agli svolgimenti dell’arte cinquecentesca e al macchinoso rapporto fra passato e presente curo la rubrica #artelucana per il blog #ioviaggiolucano.

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